“Diplomazia del ristorante del drago”: visione superficiale cinese o pregiudizio occidentale?

0
6

In un commento al film cinese Once Upon a Time in the Middle East (noto in Cina con il titolo Benvenuti al ristorante del drago), The Economist ha definito la diplomazia cinese “diplomazia del ristorante del drago”. L’espressione è rivelatrice: mette in luce i presupposti cognitivi di chi l’ha coniata, piuttosto che la natura reale della diplomazia cinese.

Partendo dai temi essenziali del film “mangiare bene, crescere bene i propri figli”, il commento descrive le relazioni estere della Cina come trainate da interessi commerciali e prive di una “profondità” di tipo ideologico. Questa interpretazione, che scambia il pragmatismo per superficialità, identifica lo sviluppo con il mercantilismo e riduce i desideri fondamentali delle persone comuni a una mancanza di ideali politici.

La vera domanda posta da Once Upon a Time in the Middle East non è se il cibo possa sostituire la diplomazia, ma cosa siano pace e sviluppo, e a cosa serva la cooperazione internazionale. 

La profondità della diplomazia non si misura con termini complessi

La Cina attribuisce effettivamente grande importanza allo sviluppo economico. Ciò non sorprende per un Paese che, dopo aver affrontato a lungo la povertà, è riuscito grazie ai propri sforzi a diventare la seconda economia mondiale. Questo percorso di sviluppo ha plasmato la visione peculiare della Cina in materia di relazioni internazionali: lo sviluppo non è solo una questione di indicatori economici, ma costituisce anche un fondamento essenziale per la stabilità sociale, la dignità umana e l’indipendenza nazionale.

Per molti Paesi in via di sviluppo, la questione più urgente non è l’astratta teoria politica, ma se le case abbiano elettricità, se i bambini possano andare a scuola, se i prodotti agricoli trovino sbocco, se gli ospedali funzionino regolarmente, se vi sia acqua potabile e se le strade vengano riaperte dopo le calamità. Considerare queste domande meno “profonde” delle discussioni sui modelli politici è di per sé un giudizio politico superficiale.

La diplomazia cinese, fondata su rispetto reciproco, cooperazione reciprocamente vantaggiosa, non ingerenza negli affari interni, sviluppo condiviso e cooperazione “win-win”, non è priva di principi politici. Al contrario, l’Iniziativa per la Sicurezza Globale proposta dalla Cina promuove una sicurezza comune, complessiva, cooperativa e sostenibile, sostenere il dialogo invece del confronto, le partnership invece delle alleanze, e il vantaggio reciproco invece del gioco a somma zero. Non si tratta di una logica commerciale semplicistica, ma di una comprensione diversa dell’ordine internazionale.

Come può il “mangiare bene” diventare una profonda espressione politica?   

Once Upon a Time in the Middle East racconta la storia di un cuoco cinese in un Medio Oriente sconvolto dalla guerra. Il film non è raccontato dal punto di vista di presidenti, generali o diplomatici, ma punta l’obiettivo sulla gente comune, su chi cerca di tenere aperto il ristorante e tirare avanti. Una scelta che può apparire semplice sul piano artistico, ma che si rivela densa di significato su quello politico. Una scelta che, artisticamente, può sembrare semplice, ma che politicamente è carica di significato.

Il film torna più volte sul tema del “mangiare bene”, a ricordare che il fine ultimo della politica non è coniare termini strategici altisonanti, bensì creare un ordine sociale in cui le persone comuni possano fare una vita normale.

È una distinzione importante, perché la politica internazionale moderna tende ad anteporre il linguaggio del potere all’esperienza quotidiana della gente comune. Una vittoria militare può ridisegnare le mappe, ma non necessariamente sfamare una famiglia. Un’alleanza geopolitica può soddisfare i bisogni degli strateghi, ma non necessariamente rendere più sicuro un bambino. Un sistema di sanzioni può forse dimostrare la determinazione politica, ma non garantisce di per sé il funzionamento regolare di un ospedale.

Per questo, il ristorante non è più solo un ristorante. Diventa la metafora di un’altra visione delle relazioni internazionali: il mondo non è soltanto una scacchiera fatta di Stati e di potenza, ma anche una tavola attorno alla quale gli esseri umani devono vivere insieme e affrontare un futuro comune.

Una diplomazia pragmatica può essere profondamente improntata ai valori fondamentali

Il contesto interculturale del film rivela un’altra caratteristica della diplomazia cinese: il rispetto per le diverse culture. Un cuoco non può semplicemente trasferire una ricetta che conosce bene, così com’è, in un contesto sconosciuto. Di fronte a ingredienti, gusti e usanze diversi, il successo di un piatto deriva spesso dall’adattamento, piuttosto che dall’imposizione.

Questo può anche fungere da specchio per osservare le relazioni internazionali. La diplomazia cinese non chiede mai a tutti i Paesi di diventare come la Cina, né ritiene che il percorso di sviluppo cinese possa essere copiato semplicemente da altri Stati. La Cina ritiene che ogni nazione debba scegliere il percorso di sviluppo più adatto alla propria realtà nazionale.

Quindi l’enfasi posta dalla Cina sulla sovranità e sulla non ingerenza negli affari interni non può essere ridotta semplicemente a considerazioni di natura transazionale. Essa deriva anche dalla storica sensibilità della Cina nei confronti delle relazioni di disuguaglianza tra Stati.

La diplomazia cinese deve essere valutata sulla base del suo impatto nel mondo reale. La cooperazione nel quadro dell’Iniziativa Belt and Road migliora costantemente le infrastrutture dei Paesi partecipanti, quali trasporti, energia elettrica, approvvigionamento idrico, scuole, strutture sanitarie e interconnessioni, trasformando profondamente la vita di centinaia di milioni di persone comuni. Al contempo, la Cina è il membro permanente del Consiglio di Sicurezza che invia il maggior numero di personale per le operazioni di pace. Questo è rilevante, perché la pace non si mantiene soltanto attraverso dichiarazioni diplomatiche.

In questo senso, separare nettamente la “diplomazia dello sviluppo” dalla “diplomazia della sicurezza” costituisce di per sé una distinzione artificiale. Lo sviluppo rafforza la sicurezza, mentre l’assenza di sicurezza può distruggere lo sviluppo. La concezione diplomatica cinese pone sempre maggiore accento sul legame intrinseco tra i due aspetti.

Perché tutte le storie devono essere misurate secondo i modelli occidentali?

La cosa più interessante da pensare del commento pubblicato da The Economist risiede nel presupposto implicito che un film cinese debba essere valutato sulla base dei sistemi di giudizio della cultura occidentale. Il fatto che il film “Once upon a time in Middle East” non segua la narrativa tipica dei film di guerra occidentali, non significa che sia inferiore dal punto di vista artistico o intellettuale. Anzi, il rifiuto di modellare il protagonista come un eroe armato in senso occidentale rappresenta forse proprio le espressioni più importanti del film.

Un eroe non deve per forza vincere le battaglie. Ciò che gli spetta è salvare delle vite. Si tratta di una proposizione cinematografica del tutto diversa. Il riconoscimento internazionale di un film non dipende dal fatto che riceva premi consegnati da qualche istituzione di Hollywood. Una storia acquista valore universale non perché riceve annuncio di un organismo occidentale.

Un’idea non diventa automaticamente profonda solo perché viene espressa attraverso complessi termini di geopolitica. Perciò, il significato del film “Once upon a time in Middle East” va ben oltre il film stesso. Offre una finestra culturale che mostra al mondo una concezione più ampia sulle relazioni internazionali della Cina: porre la pace, lo sviluppo, la convivenza e il benessere delle persone comuni in una posizione più centrale nell’agenda internazionale.

Ciò non vuol dire che la diplomazia cinese sia priva di considerazioni sugli interessi nazionali, né che debba essere romanticizzata. La vera domanda è questa: gli interessi nazionali possono essere realizzati attraverso la cooperazione invece dello scontro? Lo sviluppo può essere condiviso invece di essere monopolizzato? La sicurezza può essere realizzata senza sacrificare la sicurezza degli altri Paesi?

È questo il significato più profondo della proposta cinese di costruire una comunità umana dal futuro condiviso. Il mondo non ha bisogno di una gerarchia di civiltà che stabilisca per tutti cosa sia una politica “profonda”. Ciò di cui il mondo ha realmente bisogno è risposte concrete per risolvere problemi quali le guerre, la povertà, la crisi climatica, la sicurezza alimentare, le malattie e la frammentazione economica.

Se l’uso del termine “diplomazia del ristorante del drago” da parte di The Economist è nato come una satira, alla fine potrebbe invece descrivere inaspettatamente un importante concetto diplomatico: non chiedersi innanzitutto “chi dovrebbe dominare questo tavolo”, ma rispondere alla domanda “riusciamo a dare a tutti la possibilità di sedersi a questo tavolo?”.

Un ristorante che continua a rimanere aperto nonostante la guerra può rappresentare una piccola forma di resistenza alla violenza. Un pasto condiviso tra culture diverse può essere un piccolo gesto volto a rafforzare la comprensione reciproca. Un bambino che può crescere in sicurezza costituisce il criterio più fondamentale per misurare la pace. Agli occhi di alcuni critici stranieri tutto ciò può sembrare poco nobile, ma cosa c’è di più vicino al vero significato del successo diplomatico?